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Recensione di “Ingegneri di Anime” di Frank Westerman

Il realismo socialista, l’approccio prescritto per scrittori e artisti nell’Unione Sovietica di Stalin, è stato a lungo descritto, di solito con un ghigno, come né “socialista” né “realista”. I critici occidentali giudicano arte “reale” l’opera di dissidenti interni, pubblicata in samizdat o portata di contrabbando all’estero (Pasternak, Solzhenitsyn, Sinyavsky) o di scrittori russi dell’emigrazione post 1917 (Bunin).

Nei suoi riconoscimenti, Frank Westerman, scrittore e giornalista olandese, sottolinea il punto: “Nelle opere di riferimento occidentali”, eccepisce, “l’unica letteratura di valore duraturo dall’URSS è quella che era clandestina, vietata, confiscata, copiata a mano, contrabbandata in Occidente o mai pubblicata”.

In “Ingegneri dell’Anima”, Westerman si prefigge non esattamente di correggere questo giudizio comune, quanto piuttosto di osservare come operavano i molti scrittori che cercavano di soddisfare le mutevoli esigenze del realismo socialista – alcuni dei quali, sostiene, sono, nonostante tutto, artisti. Non si tratta tuttavia di un’apologia, anzi, casomai di una ricerca personale che raddoppia come una storia idiosincratica di scrittori alle prese con richieste ufficiali che cambiano misteriosamente e senza preavviso.

Il tema unitario è il tentativo a scacchi di Westerman di seguire le orme di Konstantin Paustovsky a Kara Bogaz, ad est del Mar Caspio (il titolo della “narrativa” di Paustovsky pubblicata nel 1932).

Ma c’è anche un altro tema, meno ovvio ma ugualmente significativo: lo sforzo degli scrittori sovietici di identificare e occupare lo spazio contrattuale tra le loro inclinazioni artistiche e i diktat che ricevevano dall’alto. Di volta in volta Westerman ritorna su questo. Paustovsky aveva “scrupoli da superare prima di piegare i suoi talenti al servizio della dittatura del proletariato sovietico? O era sinceramente arrivato a credere nella prospettiva di un futuro migliore?”.

Tre altri elementi rendono questo un lavoro unico e per molti versi straordinariamente riuscito. Il primo è lo stile a volte ellittico, a volte epigrammatico di Westerman. C’è una qualità particolare nella sua osservazione, libera e autorevole. Scrive come un estraneo che non pretende di conoscere il funzionamento interno delle menti degli altri. Il secondo è il tempismo.Westerman beneficia di un doppio strato di senno di poi. Scrive questo libro non solo mezzo secolo dopo la morte di Stalin, ma più di un decennio dopo il crollo dell’edificio sovietico. Nel suo viaggio verso i luoghi epici dell’esperimento industriale sovietico – il canale Belamor nell’estremo nord della Russia e le saline del Turkmenistan – vede e sente parlare di molteplici eredità, la maggior parte maligne. Queste sono terre soggette a tutti i capricci della stalinizzazione, de-stalinizzata, quindi de-sovietica; le quali ora stanno languendo, nella ricerca desultoria di un futuro.

Il terzo, infine,  è il background di Westerman come laureato in ingegneria specializzato in irrigazione. Non è necessario sapere come o perché un aspirante idrologo si sia trasformato in corrispondente di giornale e autore per apprezzare che la sua formazione gli dà una visione insolitamente qualificata dei grandi progetti di trasformazione inventati da Stalin e dai suoi ministri per costringere l’Unione Sovietica a collocarsi nell’età moderna. Ben immaginai ciò che è fattibile oppure no; comprende, come la maggior parte dei partecipanti sfortunati a quei progetti, l’abisso che si frappone tra ideale e realtà.

Questo è un libro che cresce leggendolo. I primi capitoli assumono una conoscenza della scrittura sovietica; in breve, però, Westerman completa un ritratto al contempo coinvolgente e devastante. In quanto tale, si avvicina più di qualsiasi altra storia letteraria convenzionale alla definizione dell’elusivo realismo socialista. Il suo trattamento laconico della morte di Maxim Gorky lo riassume.

 

Ingegneri di Anime, di Frank Westerman, edito in Italia da Iperborea