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Full Monty sbarca (e sbanca) al Sistina

“Full monty” è una frase gergale inglese di origine incerta. Negli anni ’80 l’Oxford English Dictionary ne diede per la prima volta una definizione affermando che il suo significato fosse: “Tutto ciò che è necessario o possibile”. Una diversa accezione si dovette poi ai giocatori di carte d’azzardo che con “full monty” intesero invece il cosiddetto “piatto”, ovvero il denaro presente sul tavolo nel corso di una sola mano di gioco. Nella commedia in scena al Teatro Sistina di Roma viene attribuito a questo termine un altro significato, quello di “servizio completo” che, in effetti, riferito alle imprese dei protagonisti, sembra non solo in linea con le precedenti interpretazioni, ma addirittura le ricomprenderebbe.

“Full monty” è un musical, tratto dall’omonimo film inglese che nel 1997 si rivelò sorprendente campione di incassi trionfando a livello mondiale. Scritto da Terence Mc Nally ed ambientato a Sheffield, in Inghilterra, nella contea dello Yorkshire meridionale, il tema della commedia è quello della precarietà causata dalla trasformazione industriale e dall’evoluzione della tecnologia che porta, tra le sue inevitabili conseguenze, anche quella del licenziamento di mano d’opera ritenuta fino a poco prima necessaria ed insostituibile.

Come ha sostenuto il regista Massimo Romeo Piparo in sede di conferenza stampa di presentazione della piéce teatrale sul palco del Sistina, è straordinario pensare all’attualità di questa commedia. Oggi forse, ancora più di allora, in Italia come, del resto, in tutta Europa e nel mondo, il problema del precariato e della disoccupazione sono una vera piaga. Il lavoro è un diritto – riconosciuto persino dalla Costituzione italiana all’articolo 4 – e non solo una necessità. L’altra faccia della trasformazione industriale è quella sociale, dove uomini e donne nel momento in cui perdono il lavoro, mettono a repentaglio tutta la propria vita: non solo il benessere economico ma anche la propria stabilità esistenziale, la continuità dei rapporti matrimoniali e familiari e, spesso, anche la dignità.

Le promesse matrimoniali “nella buona e nella cattiva sorte, in ricchezza e povertà” sono dure ad essere mantenute in certe situazioni, proprio come accade al protagonista (Jerry nella commedia originale – Giorgio in quella italiana) che ha perso sua moglie, che lo ha lasciato per un altro e ora rischia anche di perdere suo figlio, non essendo in grado di corrispondere gli alimenti alla madre.

La sua situazione è disperata e, apparentemente, senza speranza.
L’unica possibilità è quella di farsi venire un’idea: un “lampo di genio” in grado di risolvere tutto.

Nell’adattamento italiano la “tragicommedia” – come ci verrebbe da definirla – si svolge a Torino. Qui un gruppo di operai viene licenziato da un dirigente “tagliatore di teste” (Luca Ward) che vede vana la speranza di conservare il proprio posto di lavoro in quanto viene licenziato a sua volta.

La commedia viene presentata come divertente e scoppiettante, cosa che in effetti è, grazie all’esuberante talento dei suoi attori, a partire dal protagonista Giorgio (Paolo Conticini), dal suo inseparabile amico Davide (Gianni Fantoni) e, tra gli altri, da Cavallo (Jonis Bascir) e Marcello interpretato da Nicolas Vaporidis alla sua prima esperienza su un palco teatrale. Una prima esperienza, la sua, degna di promozione a pieni voti dato che Vaporidis non solo convince ma sorprende, animando un personaggio goffo e imbranato, lontano anni luce dal belloccio de “La notte prima degli esami” che finalmente riesce a sdoganare.

Venendo a conoscenza per puro caso della massiccia affluenza femminile ad uno spogliarello maschile, Giorgio incita Davide a mettere in piedi uno sgangherato gruppo di spogliarellisti per fare soldi. Almeno quelli che servono per sistemare i problemi economici di tutti e, per differenziarsi dagli altri spettacoli, l’improbabile gruppo promette il “full monty”: il “servizio completo”, ovvero il nudo integrale.

Tra risate, battute, canzoni e applausi del pubblico, il risultato è un trionfo. Musica, comicità, ironia e, indubbiamente, anche lo spogliarello, assai applaudito dalle signore in sala, tutto contribuisce al successo dello spettacolo. Ma forse il suo vero successo sta nel messaggio che sottende. La parola d’ordine è “reinventarsi”. Rimettersi in gioco e reagire di fronte alle avversità e, talvolta, alla direzza della realtà, perché “chi si ferma è perduto”.

 

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